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Buddhismo. La via del non sè

Donatella Vignali

Emanuela Magno (nella foto) docente presso l’Università di Padova, ha tenuto una lezione su “La via del non-sé: l’insegnamento del Buddha” presso il liceo Toschi. Credo di fare cosa gradita riassumendone per gli insegnanti di religione i contenuti essenziali.Il buddismo nasce in India (nel Nepal meridionale) e si diffonde altrove, scomparendo poi dall’India a partire dal XIII secolo d.c. La tradizione Theravada, la più antica, si diffonde nel sud est asiatico.Il buddismo Mahayana, che si sviluppa tra I secolo a.c. e II d.c., si diffonde in Cina, Corea e Giappone, dando vita in quest’ultimo Paese alla versione “zen”. 

 

Il termine budd-ismo è occidentale, coniato intorno alla metà del 1700; i buddisti si definivano seguaci del “Buddha-dharma” (dove per “dharma” si intende legge, dottrina, insegnamento). Non esiste ovviamente un solo buddismo: si tratta di orientamenti diversificati, scuole, sètte stratificate nel tempo. Ma esiste un elemento teorico costante: il concetto di “nairatmyavada, cioè la “dottrina del non-sé” o della “insostanzialità”. Nulla, a partire dall’io, è sostanziale, consistente, autonomo ed autosufficiente secondo Buddha.Buddha predica tra il VI e il V secolo a.c. secondo la tradizione, un secolo più tardi secondo gli studiosi. La prima forma che assume è quella “hinayana”, cioè del piccolo veicolo (termine coniato dai successivi “mahayana” in senso spregiativo) ed ha stile monastico. Quando però il buddismo comincia ad attirare i laici, si sviluppa la tendenza “mahayana”, che ha ispirazione più fortemente religiosa e le cui scuole principali sono:

  • La scuola del cammino di mezzo, del II secolo d.c.
  • Lo Yogacara del IV secolo d.c.
  • La scuola logico-epistemologica del IV-V secolo d.c.

Esiste poi la tendenza “Vajrayana” che si sviluppa in Tibet. Dopo questo breve inquadramento storico la professoressa ha esposto alcuni tra gli scritti dei discepoli che hanno ascoltato i discorsi del Buddha: si tratta delle 4 “nobili verità”.

Nobili non tanto in se stesse quanto perché richiedono un ascoltatore di animo “nobile” per poterle comprendere e vivere.

  • La prima verità riguarda la “dukkha”, cioè la sofferenza: la nascita è dolore; la vecchiezza è dolore; la malattia è dolore; la morte è dolore; l’unione con chi ci è discaro è dolore; la separazione da chi ci è caro è dolore. Buddha non si riferisce qui solo alla sofferenza ordinaria, ma a quel tipo di sofferenza che sta alla radice della nostra condizione e che ci incatena. Infatti, i cinque aggregati che ci legano all’esistenza sono DOLORE. Il dolore non è un accidente che ci avviene: è annidato nella struttura che ci costituisce, e che ci conduce all’illusione di avere una identità. Cioè di avere un “io”, un “sé”. Crediamo che pensiero ed azione ci appartengano, dipendano da un centro autonomo e sussistente, mentre in realtà il nostro io (Aham-mama) e il nostro sé (Atman) sono solo il prodotto di una serie di fattori preesistenti o co-esistenti, di interazioni e condizionamenti. Tale prodotto deriva dall’interazione di 5 elementi: materia, sensazioni, volizioni, nozioni, coscienza. Questi aggregati determinano in noi una tendenza costante all’appropriazione (il “mio” viene prima dell’”io”), che genera attaccamento: si producono così le componenti della nostra intera personalità psico/fisica. Ci attacchiamo a circostanze che in realtà sono precarie, che vorremmo avere come un possesso stabile: di qui il senso costante della perdita, che genera dolore. Tali sono le cause remote ed inconsce della nostra condizione di dolore. Questo atteggiamento si può notare già nei neonati, che stringono istintivamente la mano che gli si dà; attraverso l’appropriazione si costituisce il soggetto.
  • La seconda verità riguarda la “brama” (thana), che sarebbe definibile ancor più propriamente come una “sete”, congiunta all’esperienza del diletto e della concupiscenza e che trova appagamento ora qua ora là. E’ un’esperienza fisica che ci porta a bramare sia oggetti sensibili, che l’esistenza o la non esistenza. La sete di esistenza è istinto di sopravvivenza, mentre la brama di non esistenza è volontà di autodistruzione. Anche la seconda nasce dalla stessa matrice desiderante, in quanto rifiuta l’esistenza e vuole negarla in modo violento proprio per la paura di perderla.
  • La terza nobile verità è “hirodha”, la cessazione del dolore. Consiste nell’estinzione, nel completo svanimento, nella liberazione, nell’abbandono, nel rifiuto della brama. Non si tratta di ascesi o mortificazione, via che lo stesso Buddha ha percorso e poi abbandonato, ma della via di mezzo, che non è una sintesi tra le prime due scelte, bensì la loro “somma algebrica”, l’abbandono di entrambi gli estremi. Il gaudente e l’asceta infatti sono simmetrici: entrambi desiderano. La via di mezzo si percorre imboccando l’ottuplice sentiero: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di vivere, retto sforzo, retta presenza mentale, retta concentrazione. Naturalmente tali termini, che sembrano far riferimento ad un io che li realizza, vanno intesi in modo convenzionale e non sostanziale, solo cioè per chi si debba esprimere con i propri simili nei termini di questo mondo illusorio.
  • La quarta verità riguarda la possibilità di estinguere la sofferenza (magga). De-costruendo l’idea dell’io e del sé intesi in senso aristotelico, Buddha giunge a liberare l’individuo del fardello, che è costituito proprio da tali idee. Chi è ignorante, chi non vede, non sa di portare un fardello; ma non si può rivelare ciò a chi non è pronto, in quanto crederà di subire una perdita e vivrà tale rivelazione come un lutto. In realtà Buddha non ci toglie nulla: infatti noi siamo come i nodi di una rete, dipendiamo dagli innumerevoli fili che fanno emergere, qui e là, un individuo legato da tali fili al ciclo delle esistenze. Ma, se si tolgono i fili, il nodo scompare. Il mondo non è che una serie infinita di azioni-reazioni e secondo l’idea di Kharma tipica del più antico pensiero indiano, tende a riprodursi infinitamente, in una realtà circolare in cui nulla si crea e nulla si distrugge. Occorre dunque de-condizionarsi, distaccarsi, dis-passionarsi, fare scolorire la passione, dis-identificarsi dai propri desideri.

Se si osserva bene il succedersi delle “quattro nobili verità”, si può notare che esse seguono un metodo terapeutico: la prima verità è una diagnosi, la seconda è un’eziologia, la terza una prognosi, la quarta è la cura.

Pur essendo nata prevalentemente come una forma di filosofia, il buddismo si è poi fatalmente trasformato in una religione, in cui Buddha è stato divinizzato.

Ma il buddismo è una religione senza anima, senza Dio, e senza paradiso.

Il nirvana infatti non è un altro mondo a cui si dovrebbe aspirare (si tratterebbe ancora di nutrire il desiderio) ma è questo mondo visto con gli occhi di chi si è risvegliato.

La Bodhi, il risveglio, non si ottiene con la ragione, ma con una trasformazione della mente che si autodisciplina e che giunge così a vedere il mondo in modo “trasparente” e non più offuscato dalle illusioni.

Disciplinando la mente, la si distrugge come sostanza, un po’ come buttare la scala dopo essersene serviti… il bodhisattva, cioè il monaco che percorre la via del Buddha, è un essere compassionevole e misericordioso, non perché percorre la via della bontà, ma perché non ragiona più in termini di “mio” e “tuo”, ed ha quindi superato alla radice la sofferenza, il dolore e il m

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Commenti

  • Ospite

    Ottima Tesi..grazie

  • Ospite

    Interessante

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