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Il contributo della religione alla convivenza civile

Donatella Vignali

Ci si può domandare, in una prospettiva di laicità "positiva", cioè non escludente la religione alla maniera francese, quale possa essere il contributo della religione (e per riflesso dell'irc) alla convivenza civile di un Paese.La mente corre subito all'accoglienza degli immigrati, al welfare che la chiesa offre a suo modo ai poveri, spesso in supplenza dello Stato, al dialogo interreligioso. Ma, da un punto di vista più fondante, forse dovremmo riflettere sul contributo che il cristianesimo ha dato alla legittimazione dello stesso ordine civile.

 

Può esistere solidarietà sociale e legalità senza una legittimazione "forte" a monte? Il tema nasce dalla constatazione dell'allentamento dei legami sociali in Europa e dall'emergere di prepotenti individualismi sia a livello sociale che politico, in un contesto fortemente secolarizzato. Il problema è meno vivo in America, dove il richiamo allo sfondo religioso è più vivo, paradossalmente forse proprio grazie all'assenza di una Chiesa come quella cattolica in Europa. Noi cattolici, in omaggio al principio di laicità, siamo soliti distinguere i due ambiti (religioso e civile), ma non dobbiamo dimenticare che tale polarità è in equilibrio instabile dinamico in ogni società e che i due livelli comunicano sotterraneamente come un sistema di vasi comunicanti. L'entusiasmo per la costruzione della società civile non si vende al mercato, ed agli Stati europei sembra oggi mancare la "benzina".

A questo proposito, vorrei suggerire due libri, che da punti di vista diversi riflettono su questo tema: il primo è il testo di J. Habermas "Verbalizzare il sacro", Editori Laterza. L'autore, che è stato spesso in dialogo su questo tema con Benedetto XVI, vede nei miti e nei riti la sorgente della socialità umana, ovviamente da un punto di vista laico. Il secondo è il libro di Rémi Brague ed Elisa Grimi "Contro il cristianismo e l'umanismo. Il perdono dell'Occidente", Editore Cantagalli.

In esso si sostiene che "se vuole conservare il carattere universale della propria cultura, l'Europa non può rinunciare alla dimensione trascendente che ne innerva la tradizione". Entrambi i testi mi sembrano adatti ad una riflessione costruttiva sull'irc.

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