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Quanto conta la scuola

Carla Mantelli

Nelle diverse classi del liceo in cui insegno (ormai da tempo immemorabile), c’è ultimamente un fenomeno nuovo: una sensibilità formidabile riguardo ai diritti delle persone del cosiddetto mondo lgbt+. È una cosa positiva, non c’è dubbio. Ma l’insistenza con la quale ragazze e ragazzi pongono la questione mi ha costretto a farmi alcune domande. La prima domanda riguarda i luoghi nei quali la gioventù di oggi si forma: al primo posto direi che si devono mettere alcuni social come Instagram e Tik Tok.

Io non li conosco e non li ho mai frequentati ma li sento citare continuamente durante le mie lezioni. Mi sono fatta l’idea che la scuola abbia un ruolo decisamente marginale nella formazione delle/degli adolescenti. È un problema? Non lo so, ma la cosa mi colpisce.  È su questi social che il “bombardamento” sul mondo lgbt+ è continuo. Fino a qualche anno fa, a farla da padrona tra le preoccupazioni delle mie studentesse era la questione dei diritti delle donne, la tragedia dei femminicidi. Qualche anno prima ancora prevaleva l’attenzione per il razzismo e anche per l’antisemitismo. Per promuovere sensibilità su questi ultimi due temi credo giocasse un ruolo importante la scuola, ruolo che oggi non ha più.

La seconda domanda verte sulle conoscenze e le competenze che noi insegnanti (non solo di religione!) abbiamo per affrontare correttamente i temi posti dai diritti delle persone lgbt+. Non credo sia un problema per nessuno riconoscere che ogni persona, indipendentemente dall’orientamento affettivo e sessuale, meriti rispetto e non possa essere oggetto di discriminazioni. Ma non è solo questo di cui si parla. Avanza un nuovo modo di concepire il rapporto con il proprio corpo che va ben oltre le lotte e le conquiste del femminismo. Quest’ultimo ha giustamente rifiutato l’idea che le caratteristiche anatomiche e biologiche di una persona determinino univocamente anche le caratteristiche psicologiche e i ruoli sociali. Abbiamo capito che ci sono molti modi di essere uomini e di essere donne e che nessuno, a partire dalle caratteristiche fisiche di una persona può permettersi di limitare la sua libertà e opprimere la fioritura del suo essere, cosa avvenuta, soprattutto a svantaggio delle donne, per millenni. Il “di più” che oggi avanza pare essere l’idea dell’irrilevanza del corpo, di una identità sessuale che si forma a prescindere dalle caratteristiche del corpo con il quale nasciamo. In realtà, “identità sessuale a prescindere dal corpo” mi sembra un ossimoro, e forse è per questo che si usa il concetto di “identità di genere” non come lo usava il femminismo classico ma per dire identità percepita e scelta indipendentemente dal corpo. Come se il corpo non esistesse. Mi sento un maschio quindi sono un maschio, e viceversa. Una questione che va anche oltre la transessualità, parola ormai, non a caso, in disuso. Mi fermo qui ma appunto mi chiedo: di fronte a un mondo adolescenziale che maneggia ogni giorno questi temi, la scuola è pronta a interagire? 

Qualche ragazza sostiene che ormai è diventata una specie di moda affermare che ci si sente maschi in un corpo femminile e viceversa. Sarà davvero una moda passeggera? Sarà il tentativo estremo di liberarsi definitivamente dagli stereotipi che ancora opprimono la realizzazione della propria identità? O sarà una vera e propria sfida antropologica che ci costringe a mettere in questione il “codice binario” che abbiamo dato per scontato?

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