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Genesi. Traduciamo meglio

Carla Mantelli

Nell’omelia di qualche domenica fa, il mio parroco – don Marco Uriati, non uno qualunque!  - osservava “come non riesca a diventare di pubblico dominio l’interpretazione corretta del brano della Genesi oggi proclamato; nato per affermare la parità di maschio e femmina nel disegno di Dio e divenuto spesso tramite – perfino nella traduzione – per tramandarne la disparità”. Come avrete immaginato, si tratta del secondo capitolo della Genesi, il famoso racconto “della costola”. In un recente post su “Il Regno

delle donne” l’amica Rita Torti ci ricorda che da tempo gli studi biblici concordano su una traduzione del testo che comunica un’idea del rapporto donna-uomo molto diversa da quella che è stata tramandata per secoli. Dato che si tratta di un testo che ci capita di leggere più volte nel nostro lavoro di IdR, forse è bene richiamarne l’interpretazione oggi generalmente condivisa.

Questo il testo nella traduzione CEI del 2008:«Il Signore Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati […]. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l'uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo […]».

Prima cosa da avere ben presente è che il termine “uomo” qui usato non si riferisce a un individuo di sesso maschile ma si riferisce all’essere umano in quanto tale. Esattamente come in Genesi 1: “Dio creò l’essere umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”. Quindi non corrisponde al vero che nella Genesi si evochi un primato maschile nella creazione. Si evoca la creazione di un essere umano senza specificazioni sessuali che, dopo un sonno profondo, cioè dopo un’azione divina (non scordiamo mai che siamo all’interno di un linguaggio simbolico), si risveglia non più “uno” ma “due”.

Seconda cosa da avere ben presente è che il testo non parla di costole, cioè parti del corpo (tanto meno maschili!) da cui viene tratta la donna.Il termine ebraico che viene usato significa sempre, nella Bibbia, “lato”, “fianco” di un oggetto, e non è mai usato per una parte specifica del corpo; il fatto che solo qui sia reso con “costola” ci rivela non il significato di ciò che è scritto, ma il retropensiero del traduttore”. (cfr. Rita Torti nel citato post linkato).

Insomma, Genesi 2, con un linguaggio completamente diverso, anticipa ciò che qualche secolo più tardi verrà scritto nel brano che troviamo in Genesi 1, non c’è contraddizione.

Purtroppo, il non fidarci di Dio, rifiutare il limite iscritto nella vita umana, conduce alla prevaricazione e alla violenza, degli uomini sulle donne, del genere umano sulla Terra (Genesi 3) del fratello sul fratello... E quando i discepoli si stupiscono (Matteo 19,5-9) di non potere più mandare via le proprie mogli per qualche motivo (se serio o futile era oggetto di discussione tra dotti), Gesù richiama Genesi 2. Può darsi che il suo scopo di fondo non fosse tanto affermare in assoluto l’impossibilità di sciogliere un matrimonio ma piuttosto richiamare gli sbigottiti discepoli al dovere di prendere sul serio, nel reciproco rispetto, il patto stipulato con la propria compagna.  

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