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L'amore e il peccato

Uno dei temi su cui oggi le ragazze e i ragazzi che educhiamo sono più sensibili, è quello dell’omosessualità. Rispetto a qualche decennio fa, ho osservato un cambiamento notevole di mentalità: da un atteggiamento problematico, di accettazione solo parziale del comportamento omosessuale, a uno molto tranquillo, privo di qualunque remora nel riconoscere la piena dignità dei legami affettivi tra persone dello stesso sesso. E una delle critiche che più spesso viene rivolta “alla chiesa” è proprio

 

la non accettazione delle persone omosessuali.  Non serve a nulla affannarsi a spiegare che nella chiesa cattolica le persone omosessuali sono bene accette, solamente non è possibile per loro celebrare un matrimonio visto che la natura di quest’ultimo non si ritiene possa essere disgiunta nè dall’amore nè dall’apertura alla procreazione. Ultimamente poi, alcune espressioni di papa Francesco avevano fatto pensare a un ripensamento della dottrina cattolica sul tema. Molta pubblicità aveva infatti avuto la frase pronunciata dal Vescovo di Roma in dialogo con i giornalisti nel lontano 2013: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicare?”. Ancora più significativa l’intervista all’interno di un documentario presentato l’anno scorso alla Festa di Roma in cui Francesco sosteneva la necessità che gli Stati riconoscano le unioni omosessuali: “Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”.

Recentemente però è arrivata la doccia fredda della Congregazione per la dottrina della fede che risponde a un quesito sulla possibilità di impartire la benedizione a unioni di persone dello stesso sesso dichiarando che ciò non è possibile. La doccia fredda tuttavia non sta tanto nel divieto in sè ma nella conferma della dottrina che lega le relazioni affettive tra due persone dello stesso sesso, al peccato. Queste unioni infatti, secondo la Congregazione,rispondono a “una scelta ed una prassi di vita che non possono essere riconosciute come oggettivamente ordinate ai disegni rivelati di Dio”. “Nel contempo”, continua il documento “la Chiesa rammenta che Dio stesso non smette di benedire ciascuno dei suoi figli pellegrinanti in questo mondo, perché per Lui «siamo più importanti di tutti i peccati che noi possiamo fare». Ma non benedice né può benedire il peccato”.

Quindi, due persone che si amano, scelgono di condividere la vita, si promettono fedeltà e sostegno reciproco, sarebbero nel peccato perchè dello stesso sesso.

Dal mio punto di vista è veramente arduo collegare il peccato alla scelta libera e consapevole di amare qualcuno. Capisco che un' “unione civile” (come vengono chiamate in Italia) si consideri diversa dal matrimonio, capisco la difficoltà di qualcuno ad accettarla come “normale” (dobbiamo ricordare che l’organizzazione mondiale della Sanità ha tolto l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali solo pochi decenni fa) ma continuare a parlarne come di un fatto peccaminoso mi sembra davvero incomprensibile. E’ vero che c’è qualche passo biblico che condanna duramente gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso ma nella Bibbia sono presenti molte altre condanne che oggi abbiamo del tutto superato. Inoltre, sappiamo che chi ha scritto la Bibbia non conosceva tutto ciò che oggi si sa sulla natura dell’orientamento sessuale. Forse quelle condanne vanno meglio contestualizzate per essere comprese nel loro effettivo significato.

Il pronunciamento della Congregazione per la dottrina della fede non ha fatto notizia nelle ore di religione: nessuno se ne è accorto perché generalmente il magistero ecclesiastico è percepito in modo vago e, a differenza di qualche decennio fa, suscita più indifferenza che opposizione. 

Ma se qualcuno mi avesse chiesto di motivare la presa di posizione, mi sarei trovata in difficoltà, sia sul piano della ragione che sul piano biblico.