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Cristiani e razzisti

Carla Mantelli

“Su una scala da uno a dieci, con dieci a significare il massimo livello di razzismo, il campione di evangelici bianchi raggiungeva il punteggio di otto mentre cattolici e protestanti di principale tradizione arrivavano a sette. Invece i cittadini senza affiliazione religiosa si fermavano a livello di quattro”. È il risultato di una recente ricerca svolta dal Public religion research Institute di Washington diretto da Robert P. Jones, di fede cristiana battista. Si tratta indubbiamente di un dato sconcertante frutto di un enorme

 

ritardo del cristianesimo statunitense nel comprendere la gravità del peccato di riduzione in schiavitù. Il direttore dell’Istituto di cui sopra, nell’intervista rilasciata ad Avvenire qualche settimana fa, rivela di avere trovato negli archivi della sua parrocchia i registri da cui si evince che “a fronte della difficoltà a far quadrare i conti, la comunità fosse ricorsa alla vendita dei suoi stessi membri neri”: due adolescenti il cui valore fu fissato in 950 dollari ciascuno.

Tutto ciò significa che il suprematismo bianco ha, tra le sue radici, anche il cristianesimo. Mi pare l’ennesima conferma che non basta avere fede in Dio, pur sincera, per stare dalla parte giusta. Non basta pregare, essere praticanti, frequentare una comunità religiosa.

La parte giusta è sempre e solo quella che di chi difende la libertà e la dignità di ogni persona, di chi, credente o non credente, considera le altre persone sorelle e non cose. A rigor di logica, all’interno del cristianesimo, sono legittime idee diverse su tante questioni: possiamo discutere su come sarà l’aldilà, sull’interpretazione di un testo sacro, sulla forma organizzativa delle chiese, sul rapporto con le altre religioni... ma non possiamo discutere sul dovere dell’amore verso le creature che sono a immagine di Dio.

Eppure, di fatto, può succedere che la fede in Dio non si traduca in fraternità e sororità, la storia ce lo mostra. Per fortuna non può succedere il contrario perché è impossibile che chi considera ogni creatura una sorella da amare non si avvicini, consapevolmente o meno, a Dio.  

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