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IdR a scuola da Francesco

Luca Campana

Si intitola “Papa Francesco – Un uomo di Parola” l’ultimo documentario firmato da Wim Wenders e non è che l’ultimo omaggio ad un pontificato che, giorno dopo giorno, non finisce di stupire ed affascinare. E proprio sulle novità della Chiesa di papa Francesco si sono voluti soffermare gli insegnanti di religione di Parma, che hanno dedicato a questo tema, uno dei momenti di formazione proposti annualmente dall’ufficio scuola della diocesi. A guidarli nella scoperta della Chiesa francescana, don Massimo Nardello, docente di teologia sistematica della FTER (Facoltà teologica dell’Emilia Romagna) e dell’ISSRE (Istituto superiore di scienze religiose dell’Emilia di Modena) e don Matteo Visioli,

 

oggi sottosegretario della Congregazione per la dottrina della Fede e per tanti anni direttore dell’ISR Sant’Ilario di Poitiers di Parma, dove si sono formati la maggior parte dei docenti di Religione della nostra diocesi; a sollecitarli Giuseppe Bizzi, giornalista ed insegnante di religione, che nel corso dell’incontro ha proposto diversi brani del documentario sul papa, chiedendo a Nardello e Visioli di commentarli.

L’immediatezza dei gesti

«Francesco usa il linguaggio per comunicare – ha esordito Nardello – e il suo è un linguaggio semplice perché si rivolge alla Chiesa con il linguaggio dell’amicizia. La sua è una parola che arriva diretta e questo è anche il suo limite poiché può risultare imprecisa se non addirittura ambigua. Ma chi si accosta al suo magistero deve tenerne conto e volergli bene».

Sullo sfondo sfumano le immagini del video in cui Francesco dice: “Se mi toccano la mamma è ovvio che gli arriva un pugno…”; di seguito partono quelle di Giuliano Ferrara alle Invasioni barbariche, in cui il giornalista bolla come “violente” le parole del papa. «Il problema non è solo di forma ma anche di sostanza – spiega Visioli – in quanto ci sono modelli comunicativi che non possono incontrarsi: la semplicità disorienta e il disorientamento disturba. Francesco usa un linguaggio a cui non eravamo e non siamo abituati. È dovuto ad una sostanziale diversità fra la cultura latino–americana di Francesco e la nostra e i primi ad essere disorientati sono proprio i giornalisti. Basta guardare alcuni suoi neologismi o le sue frasi celebri: “Dio–spray”; “La vita cristiana non è una terapia per malati terminali”; “Le suore devono essere madri e non zitelle acide”… Sono immagini forti, ma Francesco ci chiede di entrare nel suo mondo. È vero, da queste frasi alcuni sono scandalizzati, ma molti altri non lo sono affatto e Francesco punta alle persone semplici. “Mia nonna diceva che il sudario non ha le tasche”, ecco un’altra sua frase celebre: il suo linguaggio deve raggiungere tutti, soprattutto un certo tipo di mondo che non era abituato ad essere chiamato in causa».

Una Chiesa povera

Sullo sfondo c’è un papa che ha appena proclamato “La povertà come centro della Chiesa…”, sulle immagini dell’udienza della Curia romana durante la quale Bergoglio ne ha elencato tutti i mali. Don Visioli parla della sua recente esperienza romana: «Tutti i mondi complessi contengono in sé il bene e il male e la Curia romana è un mondo complesso in cui trovano posto, al di là dell’immaginario collettivo, anche tradizione servizio, ministero e santità; così come resistenza al cambiamento, corruzione, privilegio e ricchezza. Nella Chiesa esistono forti istanze di cambiamento e quando Francesco elenca le malattie della Curia non lo fa per umiliare i presenti ma per spronarli al cambiamento. Esiste un progetto di cambiamento della Curia ma prima si devono cambiare le persone e questa è la cosa più difficile. Francesco ricorda sempre che “Il tempo è superiore allo spazio” che significa che l’importante è avviare il processo; la riforma è quando ci si mette in movimento. Per quanto mi riguarda la Curia è un osservatorio straordinario nel quale è possibile incontrare le Chiese di tutto il mondo e con ciò essere davvero Chiesa in uscita».

«L’immagine della Chiesa come ospedale da campo è cara a Francesco – spiega Nardello – ed indica la vocazione a farsi prossimo dei più disagiati. Una Chiesa, dunque, che accoglie tutti così come sono, sia chi viene da lontano, sia che chi vive nei nostri quartieri fra mille difficoltà. Una Chiesa più attenta anche alle situazioni di disagio delle persone normali, non un club esclusivo, ma una famiglia in cui decidendo di accogliere un nuovo figlio, magari, si scontenta quelli che già ci sono, ma si decide di non escludere nessuno».

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