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In margine all’incontro con don Saottini

Federico Ghillani

Il giudizio di don Saottini relativo al contesto attuale assolutamente non favorevole a trovare maggioranze disposte a modificare in meglio l’impostazione concordataria, che prevede la possibilità di non avvalersi, mi è parsa del tutto condivisibile; tanto più che la Corte Costituzionale ha da tempo chiarito che per chi non si avvale vige lo “stato di non obbligo” che rende comunque inutile ogni materia alternativa definita per legge che gli alunni non potrebbero comunque essere obbligati a frequentare.

 

Condivido in pieno anche il giudizio dato circa la proposta ricorrente di un insegnamento di storia delle religioni che, è noto a tutti, serve solo a chi vuole togliere prima quello che c’è e mi sembra funzioni, pur con qualche limite, per imbarcarsi in discussioni infinite che non porterebbero a nulla.

Mi sembra sia poi altrettanto chiaro, come ha affermato che, cambiato lo statuto epistemologico, non ci sarebbe più bisogno di docenti nominati dallo Stato d’intesa con l’autorità ecclesiastica, ma chiunque si trovasse in possesso di determinati titoli di accesso potrebbe accedere al nuovo insegnamento.

Mi ha stupito molto invece sentire esprimersi in quel modo proprio quel don Saottini che in più convegni pubblici organizzati lo scorso anno dalla CISL Scuola (Bologna, Palermo, Catania per citarne solo alcuni) ha più volte dichiarato che la CEI approvava la necessità di bandire il concorso previsto dalla legge e che tarda da troppi anni. Capisco certamente la difficoltà che don Saottini sembra avere nel collocarsi in un contesto conflittuale come l’attuale.

E’ infatti ormai chiaro a tutti che non solo leghisti e pentastellati la pensano in modo diverso, ma anche che al loro interno: mentre infatti il ministro Bussetti tende a snobbare il collega della Lega sen. Pittoni (che mi risulta veda come il fumo negli occhi), il vice-ministro on. Fioramonti sembra la pensi in modo diametralmente opposto alla sua collega del movimento on. Frate. Tuttavia ci si aspetterebbe dalla CEI una posizione più costruttiva e un po' meno defilata.

Che la CEI non abbia nessuna intenzione di rinunciare alla propria quota di nomine, mi sembra lo confermi chiaramente la frase relativa alla non esistenza di graduatorie, essendo quella di nomina una potestà che rimane in capo agli ordinari, ma credo farebbe bene anche ad accorgersi come gli ordinari, a mio parere più avveduti e rispettosi sia della professionalità dei loro docenti che dell’obbligo di assicurare una gestione trasparente ed etica delle nomine, si stiano di fatto autoregolando con graduatorie interne, e che tale prassi sia oggi onestamente auspicabile per tutti, come hanno provato alcuni casi non infrequenti e noti nei quali lo stesso papa Francesco ha provveduto a rimuovere persino vescovi non proprio di periferia, pescati ad abusare in senso nepotistico e arbitrario di tale potestà di nomina.

Affermare poi che non vi sarebbe differenza tra docenti a tempo indeterminato e docenti a tempo determinato può forse servire a crearsi un facile alibi. A parte il fatto che dalla legge 107 sono derivate differenze non insignificanti per una serie di istituti dai quali gli IdR incaricati sono attualmente esclusi, pur essendo per ora vero che non essendoci soprannumerari le cattedre possano essere confermate, se il calo delle ore fosse destinato ad aumentare, per garantire il posto ai docenti di ruolo si dovrebbero diminuire le ore non solo ai supplenti ma anche agli incaricati stabilizzati, essendo chiaro che a quelli di ruolo il posto intero sarà comunque assicurato dall’amministrazione scolastica.

Che norme e contratti rappresentino poi "false protezioni" e non diritti sacrosanti per rispetto e garanzia della dignità del lavoro, fa pensare che per lui il Magistero sociale della Chiesa sia un lusso di cui si possa ben fare a meno. Ma affermare davanti a tanti docenti, avendo di fronte in evidente maggioranza colleghe mamme con figli o persino anche sorelle religiose che se il tipo di contratto non le soddisfa “possono anche andare a lavorare in fonderia” non è proprio stato un passaggio di grande eleganza, neppure tentando poi come ha fatto di coprire l’evidente scivolata con un generico e paternalistico richiamo alla vocazione o correggendosi con l'affermare che di queste cose lui non è tenuto ad occuparsi, confermando che era meglio allora tacerne.

Discutibile invece a mio parere l’interpretazione relativa all’organico dell’autonomia; la prova provata infatti che religione non ne faccia attualmente parte, (ma neppure degli organici normali non figurando religione nei relativi tabulati), consiste nel fatto che è proprio per questo che non esiste né potrà mai esistere un “potenziato” di religione e non perché non ci sono soldi. Dovrebbe infatti sapere che l’organico di religione sia di ruolo che normale è oggi un organico “a parte”, censito dal MIUR con apposite funzioni.

Circa il fatto poi che la questione della presenza all’esame conclusivo del 1° ciclo, sia imputabile sia all’ignoranza da parte del MIUR degli aspetti organizzativi connessi, come al successivo rifiuto di affrontarli, proprio come accaduto a suo tempo circa la questione degli IdR vicari, nonostante le pressioni fatte da più parti, conferma a mio parere la necessità non di dividere ma piuttosto di lavorare insieme per ottenere una soluzione possibile. Ma prendere alla leggera l’aggravio di presenza a scuola che ciò ha significato, in alcuni casi ben superando i quattro giorni citati, mi è sembrata proprio una leggerezza.

La professionalità non doveva poi essere la nostra migliore carta di presentazione e di attrazione per gli alunni e le loro famiglie?

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