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Il Concilio Vaticano II tra rinnovamento e continuità

Donatella Vignali

Il Concilio Vaticano II è stato indetto da Giovanni XIII con un scopo preciso: rinnovare la Chiesa. Fino ad allora nella Chiesa si pensava infatti che fosse il mondo a sbagliare allontanandosi dalla religione, e si auspicava il ritorno ad un mitico Medio Evo un cui ancora la Chiesa fosse la detentrice della verità. In questo clima le concessioni fatte alla mentalità moderna erano viste come “ipotesi” temporanee che dovevano essere accettate solo a causa della nequizia dei tempi, solo per poter poi tornare a riaffermare le tesi sempre valide della Chiesa. 

 Soprattutto dopo il Giubileo del 1950, con l’evidente calo della pratica religiosa, si avvertì chiaramente nella Chiesa cattolica un senso di inadeguatezza ai tempi. E nonostante questo, il libro “Esperienze ecclesiali” di don Milani venne ritirato dal commercio e “Umanesimo integrale” di Jacques Maritain denunciato al S. Uffizio; lo stesso Maritain si salvò dall’accusa di eresia solo grazie al Card. Montini.

Cosa cambia allora dopo il Concilio Vaticano II, si è chiesto il Prof Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Scuola Normale di Pisa, nella conferenza che qui vi presentiamo?

Il Concilio produsse 4 Costituzioni che toccarono le strutture portanti della Chiesa; l'assemblea si spaccò in una maggioranza di riformisti ed una minoranza di conservatori.

Le rispettive posizioni dei due gruppi pesarono a lungo, dopo il Concilio, sulla sua interpretazione; ma il dibattito generale sul Concilio si è ormai liberato dalle ombre lunghe dei suoi protagonisti.

Nell’orazione di apertura Giovanni XXIII propose di guardare al mondo con fiducia, vedendo in esso un’occasione per la Chiesa. Andò dunque oltre una lettura strumentale dei mezzi che il mondo moderno metteva a disposizione della Chiesa, mostrando di apprezzarne alcuni valori, pur rimanendo egli stesso un uomo ancora legato alla tradizione.

Come si svolse allora il Concilio?

L’Assemblea era composta da 2 mila persone di lingue e culture molto diverse, che comunicavano tra loro in latino spesso senza capirsi bene.

Lo schema proposto per la lettura della Scrittura fu rifiutato, in quanto il regolamento prevedeva per tali decisioni la maggioranza qualificata dei Padri; il Papa allora stabilì che potesse bastare la maggioranza semplice, salvando così la tesi "progressista".

Negli anni tra il 1962 e il 1965 si registrò una dialettica costante tra conservatori ed innovatori.

Incise sull’andamento del Concilio, che rischiava la chiusura, l’elezione di Papa Montini (Paolo VI) che faceva parte della “sinistra” ecclesiale.

Tuttavia, la successiva decisione del Papa per cui i documenti potevano essere approvati solo con la quasi unanimità dell'Assemblea incise sulla redazione finale delle Costituzioni, che divenne inevitabilmente il risultato di un compromesso. Alcune affermazioni infatti finirono per contraddirne o attenuarne altre, dando così in seguito modo agli schieramenti opposti di basarsi sullo stesso testo per sostenere le proprie  tesi.

Molto importante l’affermazione della “Dignitatis Humanae” sulla libertà di coscienza in materia religiosa. Noi oggi siamo abituati a vedere nella Chiesa uno dei principali difensori del diritto alla libertà religiosa, ma fino ad allora non era così.

Quale libertà si poteva infatti concedere, dal punto di vista della Chiesa, all’errore?

Ma il Concilio Vaticano II ribaltò l'impostazione tradizionale su questo tema, mai discusso fino ad allora...

E’ pur vero che la Chiesa aveva dovuto combattere contro i totalitarismi per affermare i diritti “naturali” dell’uomo, ma in base a quale dottrina si poteva definire tale “naturalità”?

La sensibilità della Chiesa verso l’uomo moderno, laico e secolarizzato, e verso la sua pretesa di pensarsi da sé era tutt’altro che scontata, anche per protagonisti della lotta al totalitarismo del calibro del Card. Woytila.

Tuttavia, nonostante l'affermazione della libertà religiosa contenuta nella “Dignitatis humanae” fosse un vero e notevole cambiamento, anche qui si registra poi una contraddizione, allorché (nello stesso testo) si parla di “limiti della libertà religiosa”. Tali limiti dovevano essere imposti dallo Stato, qualora tale libertà mettesse a rischio l’ordine pubblico (ordine che prevedeva i benefici della Chiesa).

Altro esempio di compromesso all’interno dei testi conciliari: nella Gaudium et Spes si affermava l’autonomia dell’uomo nel definire le norme della convivenza civile, ma si aggiungeva poi che tale autorità doveva ispirarsi a principi giusti, sottintendendo con questa espressione ”principi ispirati dalla Chiesa”.

E nonostante tutto questo, il cambiamento prodotto dal Concilio esiste ed è autentico: la Chiesa può imparare dalla storia.

Ancora una volta però, questo principio è stato disconosciuto dalla Chiesa stessa quando si sono affermati i cosiddetti “principi non negoziabili”, che presuppongono ancora la Chiesa come unica interprete corretta dei “principi naturali”.

Proprio sul riconoscimento implicito dell’insostenibilità di quest’ultima posizione, ha sottolineato il Prof. Menozzi in sede di dibattito finale, sono avvenute le dimissioni di Benedetto XVI.

Non a caso, nella sua analisi, l’enfasi su tali principi è scomparsa dalla linea pastorale di Papa Francesco: Bergoglio non vuole “risacralizzare” il mondo, al contrario segue la via che la storia indica per parlare all’uomo di oggi.

In questa direzione, la Chiesa si sta anche chiedendo se basti deplorare la guerra o se non si debba contrastare ed abiurare la guerra “tout court” sulla scorta del vangelo.

Francesco ha opposizioni fortissime (esplicite ed implicite) all’interno della Chiesa: pur con qualche contraddizione, egli mostra di voler restituire la parola ai laici.

Se si vuole trasformare la Chiesa infatti non basta il Papa: tale è la tesi che egli pone alla base della sua azione pastorale.

 

 

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